BRICIOLE DI STORIA SANSECONDINA

a cura e di
Pier Luigi Poldi Allaj


13 gennaio 1556

Marco Pellegri, autore de "Il Castello e la Terra di San Secondo nella storia e nell'arte" (Amministrazione Comunale di San Secondo, 1979), nel paragrafo dedicato al profilo di Troilo II de' Rossi narra [e, purtroppo, non ci viene fornita traccia documentale, n.d.r.] di un singolare carteggio tra il feudatario sansecondino ed il duca di Parma Ottavio Farnese. Questi, al fine di ottenere atto di sottomissione, il 13 gennaio 1556, inviava a Troilo II una lettera, intimandogli di dichiararsi vassallo e giurargli fedeltà. Ad un netto rifiuto, l'intimazione veniva rinnovata con la affissione nella Borgata di San Secondo di adeguato monitorio che fissava il termine perentorio di sette giorni. Per tutta risposta, il Conte di San Secondo faceva attaccare ad un pilastro, nella contrada maestra di San Michele in Parma, uno scritto dichiarante che lui aveva giurato fedeltà solo a Papa Giulio III, che lo aveva lasciato libero interamente e pienamente, e se vi fosse ancora gli renderebbe di nuovo obbedienza. Ma asseriva in pari tempo di non conoscere né Papa Paolo IV, né duca Ottavio Farnese, né padrone e sovrano. La narrazione del Pellegri prosegue con la illustrazione delle ritorsioni ducali, peraltro sempre molto romanzate, che seguirono in quell'anno 1556, compresi l'atterramento di due baluardi che difendevano la rocca ed il riempimento di terra delle fosse che ne cingevano le mura.
 

13 febbraio   

1523
Il 13 febbraio del 1523 viene stipulato il contratto matrimoniale del Conte di San Secondo Pier Maria III de' Rossi, figlio primogenito del fu Conte Trailo I e di Bianca Riario, con Camilla di Giovanni Gonzaga, Signore di Vescovato, e di Laura Bentivoglio. La dote di Camilla ammonta a seimila ducati ed è corrisposta ai Rossi parte in denari, parte in gioielli, parte in abito ed arredi, fra i quali sono elencati cinque famosi arazzi gonzagheschi con scene mariane: "cinque pezzi di pane di razzo grandi uno della presentacione della madonna un della dispenciacione della madonna uno della anonciacione della madonna una della vesetacione da santa helesabeta l'altro della asomption della madonna". Il matrimonio fra Pier Maria e Camilla, che in chiave politica costituisce l'ultimo e definitivo suggello agli strettissimi rapporti di collaborazione dei due Casati, in epoca contemporanea diventa il momento culminante dei festeggiamenti di primavera del Palio delle Contrade.

 

18-- 7marzo 1525

(work in progress)

Il 18 febbraio 1525 succede un fatto che condizionerà di molto, di li a qualche giorno - il 24 di febbraio - la battaglia di Pavia: il ferimento di uno dei più valorosi capitani del re Francesco I, Giovanni de' Medici detto delle Bande Nere. Il fatto, che inizialmente non appare propriamente sansecondino, ha, tuttavia, un epilogo che ci tocca direttamente.

Ma andiamo con ordine. La data del 18 febbraio viene desunta con chiarezza dal carteggio di Maestro Abramo, il medico curante, che ne fa ampia relazione a Papa Clemente VII da Piacenza il 5 marzo 1525 e così attacca: «Il 18 febbraio l'illustrissimo signor Giovanni fu ferito nella gamba da uno schioppo sopra lo stinco, nella parte interna, distante quattro dita dalla caviglia con la rottura trasversale dell'osso grosso [tibia]. Ed al principio della cura fu medicato alla "francese", cuocendo la piaga dov'era passata la pallottola con olio bollente. E gli avevano messo un laccio che passava dai due buchi ed era medicato con grandissimo dolore e tormento; per il che erano corsi molti umori al luogo, e la gamba ed il piede erano apostemati» (in Mario Tabanelli, Giovanni de' Medici dalle Bande Nere - il gran diavolo, Stabilimento Grafico F.lli Lega, Faenza, 1977).

Una sintetica relazione sull'avvenimento la ricaviamo anche dalla biografia scritta dal nipote del condottiero Mediceo, il fratello del Conte di San Secondo Giovan Girolamo de' Rossi, vescovo di Pavia dal 1520 al 1564, governatore di Roma dal 1551 al 1555, illustre letterato e poeta del suo tempo: «Ma volendo la fortuna poi condurre in estrema infelicità quel re cristianissimo, le fu necessario privarlo prima del signor Giovanni innanzi la battaglia nella quale sua maestà rimase pregione, insieme col re di Navarra e molti altri signori. Per lo che, quindi a pochi giorni, in una scaramuccia di grande importanza incontrandosi questo signore con Grazia Mandrino e con Francesco Sarmenta capitani degli spagnoli, con altri capitani de' tedeschi usciti di Pavia, fu da un archibuso in un stico di gamba gravemente ferito. Il che gli avvenne perciò che monsignor di Bonevetto, ammiraglio del re, incontrandosi in lui che ne avea dato una buono a i nimici, volle che ritornasse a dietro a mostrarli dove e in che modo avesse fatto così bella fazione; al che, per essere il Benedetto de' primi che 'l re avesse, non potè mancare. Alcuni dicono che questa fosse temerità, che in vero non è. Lande, parlando egli con esso Bonevetto col dimostrargli i luoghi, da una casetta gli venne tirata una archibusata che lo colse nello stinco della gamba» (in Giovangirolamo de' Rossi, Vita di Giovanni de' Medici detto delle Bande Nere, a cura di Vanni Bramanti, Salerno Editrice, Roma 1996).

Dopo il ferimento di Giovanni de' Medici sotto Pavia (18 febbraio) ed il suo traferimento a Piacenza (19 febbraio), il re di Francia Francesco I inviava alcuni suoi medici e scriveva al marchese di Mantova, Federico Gonzaga, pregandolo di mandare subito a Piacenza un chirurgo di sua fiducia. Scrive Mario Tabanelli nell'opera citata narra: "La lettera avrà avuto certamente la solita sigla: cito, cito, cito (cioè: presto, presto, presto); poiché due giorni dopo, cioè il 20 febbraio 1525, il marchese decide di inviare maestro Abramo e così risponde al re che si trova al campo presso Pavia: «sire, ho avuto la lettera di vostra maestà, per la quale mi ricerca che le mandi un chirurgo; ho dato subito commissione a maestro Abramo che parta. Ma se presto non le giunge come ella desidererebbe, lo abbia per scusato, perché non è uomo da essere troppo diligente in viaggio; e anche per portare con sé medicine ha tardato alquanto. In ogni modo parte oggi per obbedirla. E se altro servizio possa farle, lo farò di buon cuore. Alla buona grazia di vostra maestà umilmente mi racco­mando. Da Mantova il 20 febbraio 1525»".

Il famoso chirurgo Abramo viene intercettato poco distante da Piacenza il  il 21 febbraio 1525, come il medesimo conferma: "... a due miglia, trovai un cavallaro con una lettera di V.S. a me diretta; nella quale rac­comandandomi il caso del signor Giovanni, mi ha invitato a restare qui in Piacenza per le cure del predetto signore".

Il 22 febbraio 1525 il chirurgo Abramo arrivava a Piacenza al capezzale di Giovanni de' Medici; e forse lo stesso giorno avvisava il marchese di Mantova dandogli anche particolari, un po' troppo tecnici, sulla ferita di Giovanni: «Al marchese di Mantova Federico Gonzaga. Ieri presso Piacenza, a due miglia, trovai un cavallaro con una lettera di V.S. a me diretta; nella quale raccomandandomi il caso del signor Giovanni, mi ha invitato a restare qui in Piacenza per le cure del predetto signore. Il quale ha una schiopettata nella gamba destra, quattro dita presso la caviglia, la quale entrò per la parte interna presso lo stinco ed è passata per circa cinque dita con rottura dell'osso interno [la tibia] e di un tendine maestro [il tibiale anteriore?] ed è uscito qualche frammento d'osso. Tuttavia spero che, insieme a questi signori medici del re di Francia, lo saneremo e resterà libero. Ho inviato informazioni di ciò anche al re di Francia» (in Mario Tabanelli, Giovanni de' Medici dalle Bande Nere - il gran diavolo, Stabilimento Grafico F.lli Lega, Faenza, 1977).

Il 24 febbraio, maestro Abramo scrive nuovamente al marchese di Mantova. Gli dice che «da due medici del cristianissimo re di Francia e da un medico di Milano egli ha avuto in cura il signor Giovanni; e che lo cura con i suoi rimedi, dei quali ha fatto intendere loro il principio ma non il particolare, e ieri ha incominciato a fare a suo modo e gli ha tolto il dolore e circa 20 pezzi piccoli di osso; e la gamba si è alquanto detumefatta. «II signor Giovanni se ne è molto meravigliato e così pure i medici. Il legato pontificio cardinale Salviati, ha scritto al papa del miglioramento e della sua prognosi favorevole».

In quel periodo la moglie di Giovanni, Maria Salviati, risiede in Roma. Sarà il fratello cardinale, che è al campo, a darle notizia della ferita del marito. E lo stesso 24 febbraio, Giovanni fa scrivere alla moglie di un uomo di fiducia, Francesco Cantalupo: «gli uomini che hanno sangue e carne e ossa non si affettano come le rape. Grazie a Dio ho passato il quarto giorno dopo la ferita e il cambiamento della luna, senza inconveniente, né febbre, e questi medici dicono con certezza che fra venti giorni, mi alzerò dal letto senza pericolo né per la vita, né di rimanere infermo».

Ma il 26 febbraio, anche Bernardo di maestro Giorgio, segretario di Giovanni, la informa di quanto è accaduto e contemporaneamente le dà avviso dell'arrivo di un consulente: il grande Berengario (o Giacomo) de' Barigazzi da Carpi: «... da Piacenza 26 febbraio 1525 molto magnifica signora e padrona osservandissima, la signoria vostra, non si meravigli se in questi 4 o 5 giorni non le ho scritto; che secondo le cose che sono occorse può pensare quante faccende io abbia avuto ed avermi per scusato. «II signore sta bene ... e messer Giacomo da Carpi è venuto e tutti i medici concordano che non v'è pericolo né della vita, né del restare impedito. Sta allegro, ciancia e ride e dice molte baie col reverendissimo [il cardinale Salviati] ed io fo gli atti miei; tutto il tempo che io posso rubare allo scrivere è molto poco». Berengario o Giacomo da Carpi, era stato inviato dal pontefice Clemente VII otto giorni dopo il fatto, cioè il 26 febbraio.

Ed il giorno successivo maestro Abramo ne dà avviso al suo signore, con un certo compiacimento; poiché ritiene che il paziente apprezzi più la sua opera che non quella del grande chirurgo. Leggiamo insieme ed interamente questa lettera, poiché è un piccolo capolavoro della deontologia professionale, viva anche a quei tempi:

« 27 febbraio 1525, ieri per commissione del pa­pa, venne qui messer Giacomo da Carpi per cura del signor Giovanni; ed ha lodato le cose fatte e seguita la cura secondo il mio ordine. Questa mat­tina messer Giacomo cominciò a medicarlo di sua mano, cioè a nettargli le piaghe; e, per essere abi­tuato alla mia mano cominciò a gridare: "messer Giacomo, lasciate stare che mi ammazzate"; di modo che sono stato costretto ad operare da solo. È vero che le ordinazioni sono concordate insieme; ma io ho avuto caro, per questo, a ciò che si conosca la differenza fra mano e mano. Gli ho levato fuori mol­ti pezzetti di osso e di piombo, e le sue cose vanno migliorando di giorno in giorno ».

Finalmente il pontefice Clemente VII, il 28 febbraio, si decide a scrivere a maestro Abramo una lettera di ringraziamento per le cure prestate a Giovanni. Gli dice che conoscendo il suo singolare valore nell'arte chirurgica è lieto che sia stato chiamato a curare il suo congiunto; lo esorta affinchè «con ogni diligenza ed amore come incominciò, continui nella sua cura per la quale conseguirà tutti i premi che vorrà».

 

Risalgono al 5 marzo 1525 due importanti lettere sulle condizioni di Giovanni de' Medici, scritte da maestro Abramo, il chirurgo che lo aveva in cura, così come sono riportate da Mario Tabanelli in Giovanni de' Medici dalle Bande Nere - il gran diavolo, Stabilimento Grafico F.lli Lega, Faenza, 1977).

La prima è indirizzata al marchese di Mantova con la conferma che il signor Giovanni ha ancora bisogno dell'opera sua «e non vuole altro medico che lui, che gli metta le mani addosso».

E lo stesso giorno, Abramo prepara per il pontefice una lunga relazione sui tempi e sul decorso e sulla cura della ferita di Giovanni, ponendo in evidenza il trattamento particolare ed inconsueto da lui usato: «Da Piacenza il 5 marzo 1525. Il 18 febbraio l'illustrissimo signor Giovanni fu ferito nella gamba da uno schioppo sopra lo stinco, nella parte interna, distante quattro dita dalla caviglia con la rottura trasversale dell'osso grosso [tibia]. Ed al principio della cura fu medicato alla "francese", cuocendo la piaga dov'era passata la pallottola con olio bollente. E gli avevano messo un laccio che passava dai due buchi ed era medicato con grandissimo dolore e tormento; per il che erano corsi molti umori al luogo, e la gamba ed il piede erano apostemati. E quando arrivai qui alla cura, che fu il 22 febbraio, trovai che non era ancora stato fatto rimedio al veleno della polvere. Cominciai a curarlo a mio modo e gli levai il veleno della polvere insieme alla escara fatta e dallo schioppo e dalla medicazione con l'olio bollente e gli mitigai il dolore. E fino ad ora, gli ho levato più di 60 frammenti di osso, che mettendoli insieme potranno essere quanto una castagna, con molti pezzi di piombo. Questa mattina gli ho tolto l'unito osso, senza dolore alcuno. La gamba con il piede si sono detumefatti; e sua eccellenza, da ieri in qua, incomincia a sedere sul letto quando mangia e comincia a muovere da sé le dita e l'articolazione del piede, ed è totalmente privo di dolore. Quando venne da me Giacomo da Carpi, io riferii il caso a lui e lodò le cose fatte; e si procede secondo l'ordine mio; e nessuno gli mette le mani addosso altro che me».

Sempre Mario Tabanelli in Giovanni de' Medici dalle Bande Nere - il gran diavolo (Stabilimento Grafico F.lli Lega, Faenza, 1977), sulla scorta dell'epistolario fra il medico curante Maestro Abramo ed il marchese di Mantova Federico, asserisce che "Il 7 marzo 1525, noi non ne conosciamo la ragione, Giovanni è trasportato a Parma". Il trasferimento a San Secondo, nella zona di Parma, viene confermata anche dal primo biografo dell'illustre condottiero mediceo, il nipote Giovangirolamo de' Rossi. Si legge infatti nella Vita di Giovanni de' Medici detto delle Bande Nere del de' Rossi, riedita per la Salerno Editrice di Roma nel 1996 a cura di Vanni Bramanti, dopo una sommaria descrizione degli avvenimenti che portano al ferimento: "Per lo che si fece portare nel parmigiano a i castelli de la sorella, per andarsene, sì come fece, a Padova a' bagni per guarire". E nel Castello di San Secondo, Giovanni viene amorevolmente curato dalla sorella Bianca Riario: in quel ”luogo forte e di buona entrata”, temuto dai nemici, nel momento di grande debolezza per la ferita riportata, viene difeso dalle truppe del Conte Pier Maria de' Rossi, suo nipote.

A San Secondo Giovanni rimane un paio di mesi, sino a maggio inoltrato, anche protagonista di alcuni fatterelli strani che ne prolungano la convalescenza e che noi seguiremo sempre sulle tracce del testo di Mario Tabanelli:

 


Corte dei Rossi