LETTERE - Libro I - 155

 

Pietro Aretino chiede intercessione al Conte di San Secondo Pier Maria III de' Rossi presso il potente cugino duca di Firenze Cosimo I de' Medici. Chiede pure conforto per le sue senili pene d'amore.

 

 

Al conte di San Secondo

Andate piano con il farmi piacere, ch'io non voglio che mi incalziate tanto con la loro abondanza che, volendo far de l'uomo in sodisfarvigli e non potendo, vi paresse poi una bestia. A me è troppo che, scrivendo al signor Cosimo dei Medici per alte vostre faccende, me gli ricordiate, senza così caldamente, qual mi scrivete, mandare a Fiorenza a posta. Ma ogni altra cosa è ciancia, eccetto l'avere addosso quel diavolo d'amore che, non perdonando a la vecchiezza mia, è da credere che non perdoni anco a la gioventù vostra. Che crudeli notti, che fieri giorni si trapassano, bontà de le sue ribalderie! Io mi aveva scemato la metà di ciò ch'io mangiava per ismagrare (che certo non il cibo ma l'ozio di questa città m'ha ingrassato tanto che ne vivo in continua rabbia), e non giovava. Occorsami la perdita di una mia già donna, e ora d'altri; onde io per tal cagione divenni come un di quegli che trafugano la vita di mano a la peste o a la fame, che sono simili a l'ombre di loro stessi. Veramente ch'io ho più compassione a chi pate amando che a chi si muor di fame o a chi va a la giustizia a torto: perché il morirsi di fame procede da la dapocaggine, e l'esser giustiziato a torto nasce da la mala sorte; ma la crudeltà che cade sopra a un innamorato è uno assassinamento fattogli da la fede, da la sollecitudine e da la servitù de la bontà propria. Io mi son ritrovato e trovo e trovarò sempre, per la grazia di Dio e mia, senza danari, a perder padroni, amici e parenti, a esser in caso di morte, ad aver nimicizia, debiti a le spalle, e in mille altre rovine; e conchiudo che son zuccaro i fastidi predetti a comparazione del martello de la gelosia, de l'aspettare, de le bugie, degli inganni, con cui sei crocifisso dì e notte. Il desinare ti si fa tosco, la cena assenzio, il letto di sasso, l'amicizia odio, e sempre la fantasia è fitta in colei; onde stupisco come è possibile che la mente sia in una continua tempesta e come ella non dimentichi se medesima ne l'essere sempre sempre combattuta dai pensieri che gli fan seguitare la cosa amata, strascinandosi dietro il core. E tutto sarebbe spasso se ne le donne fusse qualche pochetto di conoscenza del meglio. Apunto viola esse, giocando a la ronfa amorosa, scartano ogni volta gli assi e i re. Ma si doveria sculpire in lettre d'oro ciò che disse un perugino. Egli cavò de l'amor d'una amica tanto mal francioso che avrebbe fatto disperare il legno d'India;  onde se ne coperse dal capo ai piedi pur troppo bestialmente. Ne aveva ricamate le mani, smaltata la faccia, ingemmato il collo e coniata la gola, talché pareva composto di musaico. Ed essendo così malconcio, ecco che lo guarda uno di quegli voi mi intendete; e doppo le meraviglie e i conforti, disse: "Fratello, ella si coglie al nascere, e bisogna che chi può ce la mandi buona. Ma buon per te, se tu avessi imparato l'arte mia!". "Volesse Cristo", rispose egli, che si faria per questa pelle ch'io ho abotitacento volte al vostro santo Arcolano; ma perché non faria un piacere a Dio col pegno, sto come tu vedi". E nel fin di cotal parabola mi raccomado a la vostra signoria.

Di Venezia il 24 di giugno 1537.

 

Pietro Aretino

 

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